LINEE DELLA MEMORIA E LUOGHI DELL’ANIMA: MEHRNOUSH ELAHIPANAH TRA EREDITA’ E TRASFORMAZIONE

Testo critico a cura di Claudia Corti

C’è una linea invisibile nei lavori di Mehrnoush Elahipanah, non un confine netto, ma un preciso momento in cui il segno sulla superficie pittorica smette di essere soltanto un gesto tecnico e diventa altro. È lì che la nobile e antica arte della calligrafia persiana, nella sua mano, si sottrae alla funzione di scrittura per trasformarsi in un paesaggio della memoria.

Le sue linee non raccontano una storia, evocano ricordi, si piegano, si assottigliano, si interrompono come se avessero attraversato il tempo e ne portassero addosso le tracce. Ogni tratto sembra nascere da una rielaborazione silenziosa del proprio vissuto: ricordare senza spiegare.

Il segno sulla tela, dunque, diventa un luogo, non uno spazio fisico, ma una geografia interiore dove si depositano tracce di un’infanzia vissuta in Iran, un paese travolto nei primi anni ‘80 da un cambiamento radicale, dove le parole come “tradizione” o “appartenenza” all’improvviso si macchiano di sfumature negative e assumono i contorni dei dissidi e delle guerre. Non c’è nostalgia esplicita, ma una presenza costante del passato, come una stratificazione sottile che affiora sotto la superficie del foglio o della tela. Guardando le sue opere, si ha la sensazione che qualcosa sia stato scritto e poi parzialmente dimenticato, e che proprio in quella dimenticanza risieda la loro forza.

La linea, spesso, non si chiude mai davvero, rimane sospesa, come una frase lasciata a metà, o come un ricordo che non si lascia afferrare completamente. È in questa incompiutezza che si apre uno spazio per chi osserva: un invito a entrare, a colmare, a perdersi. Non si tratta di leggere, ma di attraversare.

Mehrnoush Elahipanah lavora sul margine tra visibile e invisibile, tra linguaggio e silenzio. Le sue opere non devono essere decifrate o spiegate, ma semplicemente ascoltate. E in quell’ascolto, lento e attento, si scopre che ogni segno è memoria, non solo dell’artista, ma di chiunque abbia mai provato a trattenere qualcosa che inevitabilmente scivola via.

Nata a Teheran nel 1981 in una famiglia multiculturale dalle radici curde, armene e persiane, Mehrnoush Elahipanah vive la guerra Iran-Iraq nel contesto estremamente complesso dell’Iran post-rivoluzionario in cui avviene la sua prima formazione artistica, completata in seguito in Azerbaijan e infine a Milano.

E’ probabilmente per questa molteplicità di culture e vedute che parlare dei suoi rapporti con la storia dell’arte significa muoversi su un terreno fatto più di risonanze che di citazioni dirette. Il suo lavoro non riprende il passato, lo assorbe, lo attraversa e lo trasforma in una lingua personale, in cui i grandi predecessori riaffiorano come presenze sottili.

Il primo dialogo, inevitabile, è con la tradizione della calligrafia persiana, in cui il segno è disciplina, ritmo, misura; è un’arte che tende all’armonia e alla perfezione formale. Elahipanah parte da lì, ma incrina quell’equilibrio: dove i maestri cercavano continuità e chiarezza, lei introduce interruzioni e fragilità. È come se la calligrafia, nelle sue opere, conservasse la memoria della sua origine ma fosse attraversata da una condizione contemporanea fatta di cambiamenti, perdita e nuova ricerca.